Una paga media che non supera i 30 euro al giorno. A cui vanno tolti 5 euro per il trasporto, 1,5 euro per una bottiglietta d’acqua e 3 euro per un panino: tutti soldi che vanno al caporale. Un salario che è la metà di quello previsto dai contratti nazionali e provinciali. C’è anche di peggio, c’è anche chi paga a cottimo: 3 o 4 euro per un cassone da 370 chili. E quanto puoi resistere chino a lavorare sui campi a queste condizioni? Mediamente 10, 12 ore. Meno non si può, altrimenti la cifra ricavata non permette di sopravvivere.

In estrema sintesi è questo l’affresco che racconta lo sfruttamento dei lavoratori agricoli. Nonostante promesse e dichiarazioni d’intenti, ancora poco o nulla si muove. O forse più correttamente dovremmo dire che poco o nulla si muove nell’agricoltura convenzionale.

Perché già oggi, ora, il biologico offre, anche sul fronte occupazionale, maggiori garanzie.

Numeri alla mano, l’agroecologia è un settore che dà più occupazione in termini di persone impiegate e paga meglio il cibo prodotto.

Convenzionale o biologico? I numeri parlano chiaro

Sul campo convenzionale un chilo di pomodori da passata viene pagato 8 centesimi, nel biologico si arriva a pagare lo stesso chilo di pomodori anche 33 centesimi.

Una differenza che pesa se l’obiettivo è il contrasto allo sfruttamento dei lavoratori e il giusto riconoscimento del lavoro. I dati generali ci dicono che mediamente la manodopera nelle aziende bio viene pagata almeno un 6% in più. Non è poco se c’è ancora chi interroga la collettività su compensi troppo bassi.

Pagare il giusto significa contrastare concretamente lo sfruttamento dei lavoratori sui campi.

Caporalato, di cosa stiamo parlando

Secondo le stime dell’ultimo “Rapporto agromafie e caporalato” pubblicato nel luglio dall’Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil, il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale 4,8 miliardi di euro. Tantissime le aziende che si rivolgono al “caporale”.

Il numero di imprese che ricorre all’intermediazione tramite caporale – si legge nel rapporto – è di 30mila, circa il 25% del totale delle aziende del territorio nazionale che impiegano manodopera dipendente.

430 mila lavoratori agricoli a rischio

I lavoratori agricoli esposti al rischio di un ingaggio irregolare e sotto caporale sono 430 mila: di questi, più di 132 mila sono in condizione di “grave vulnerabilità sociale” e “forte sofferenza occupazionale”.

Il tasso di irregolarità dei rapporti di lavoro in agricoltura è pari al 39%. Più di 300 mila lavoratori agricoli, quasi tre su dieci, lavorano meno di 50 giornate l’anno: presumibilmente in questo bacino è presente molto lavoro irregolare o grigio.

Paghe da fame per 12 ore di lavoro al giorno

I lavoratori sottoposti a grave sfruttamento in agricoltura non hanno alcuna tutela e alcun diritto garantito dai contratti e dalla legge. Abbiamo visto che la paga media oscilla tra i 20 e i 30 euro al giorno ma resiste il lavoro a cottimo (3/4 euro per un cassone da 375 chili).

 Le donne sotto caporale percepiscono un salario inferiore del 20% rispetto ai loro colleghi ma sono documentati anche casi di sfruttamento con lavoratori migranti pagati un euro l’ora.

Proprio la questione migranti è strettamente correlata al caporalato. Nelle campagne del Sud Italia i migranti, spesso irregolari, sono tra le prime vittime del fenomeno.

Sempre secondo il rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto, gli stranieri si confermano “una risorsa fondamentale”. Su circa un milione di lavoratori agricoli sono stati registrati con contratto regolare in 286.940, circa il 28% del totale, di cui 151.706 comunitari (53%) e 135.234 provenienti da paesi non Ue (47%). Ma a questi numeri occorre aggiungere le stime sul lavoro sommerso: secondo il Crea (Consiglio di ricerca per l’economia agricola), tra regolari e irregolari, i lavoratori stranieri nel settore agricolo sarebbero 405 mila: il 16,5% ha un rapporto di lavoro informale (67 mila persone) e il 38,7% una retribuzione non sindacale (157 mila).

Il biologico? Offre anche più posti di lavoro del convenzionale

Ma sul fronte occupazionale ci sono anche altri vantaggi perché l’agroecologia è un modello produttivo in grado di offrire posti di lavoro: la manodopera necessaria alla gestione di una coltivazione biologica è maggiore. Accade che le erbe infestanti, ad esempio, non siano eliminate con la chimica ma col lavoro attento di coltivatori non sfruttati, mediamente pagati meglio e non sottoposti ai rischi legati all’uso di pesticidi.

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Anche i pesticidi fanno la differenza

Parlando dei lavoratori agricoli più tutelati nel biologico che nel convenzionale non possiamo, anche solo velocemente, non soffermarci sui rischi professionali legati all’uso della chimica di sintesi.

Non possiamo farlo anche perché il ricatto occupazionale è sicuramente la leva più potente per costringere i lavoratori ad accettare condizioni di impiego di scarsa qualità e alto rischio.

Sono molti gli studi e i report che sottolineano la pericolosa relazione che lega il lavoro agricolo alla costante esposizione a sostanze velenose e cancerogene.

Tra quelli più recenti, il lavoro fatto da cinque studiosi statunitensi – tre dei quali membri del Panel di consulenza scientifica sul glifosato dell’Epa – che hanno condotto una meta-analisi sulle ricerche svolte in materia dalla quale è emersa una correlazione, “un legame convincente”, tra l’esposizione a erbicidi a base di glifosato e l’aumento del rischio di sviluppare il linfoma non-Hodgkin.

Chi è esposto in maniera elevata a erbicidi a base di glifosato ha un rischio superiore del 41% di sviluppare il Linfoma non Hodgkin.